Il dramma di alcune famiglie che affrontano la rivoluzione in Romania del 1989.
Domenica 8 febbraio
ore 18:00 e 21:00
9-10-11 febbraio ore 21:00
Bucarest, dicembre 1989. Il regime di Ceausescu sta per crollare. Mentre l’esercito reprime le rivolte a Timisoara che i media cercano di camuffare, il regista Stefan deve salvare lo spettacolo di Capodanno della TVR: l’attrice principale fuggita va rimpiazzata con l’attrice teatrale Florina, che però detesta il dittatore. Laurentiu, intanto, figlio del regista, medita di scappare in Jugoslavia a nuoto. Ionut, agente segreto della Securitate, deve sorvegliare lui e i suoi amici, ma è incapace di allontanare la madre Margareta dalla sua casa prossima alla demolizione. Intanto Gelu, operaio traslocatore dello stabile, è in ambasce: il figlioletto ha imbucato la letterina a Babbo Natale in cui chiedeva la morte di “zio Nicolae” come regalo per il papà.
ACQUISTA QUI IL TUO BIGLIETTO
Mungiu. Mihaileanu. Puiu. Porumboiu. Jude. Il cinema romeno tra i secoli pullula di indagini su speranze di rivoluzione e promesse tradite dal regime. Il debuttante Muresanu, schivando il compendio storico, trasfigura questo patrimonio in una tragicommedia corale, sospesa, traboccante d’ironia, che consegna allo spettatore l’onere di costruire un mondo migliore.
Ex giornalista, pubblicitario e letterato di formazione britannica (della London Film Academy prima della NFTS di Beaconsfield), il regista di Bucarest nel 2018 realizzò The Christmas Gift. Fu European Film Award per il miglior corto e candidatura all’Oscar nella stessa categoria. Sei anni dopo, il film breve è diventato canovaccio per questo lungometraggio fregiato del meritatissimo premio per il Miglior Film a Venezia 81, sezione Orizzonti.
Campionando un’umanità varia, prostata ma speranzosa, in bilico tra un presente che è sofferenza e un futuro di liberazione che tarda a schiudersi, elevandone ferite, traumi, slanci di cambiamento, alleggerendone psicosi, nevrastenie e isterie nel registro farsesco, Muresanu confeziona un’irresistibile J’accuse civile mettendo alla berlina la forza micidiale e onnipervasiva del regime rumeno di allora, ma applicabile a tutti quelli attuali (si veda Kafka a Teheran per conferme).
Unità di tempo, partitura corale, trama multicentrica, tono popolare che non cede alla banalizzazione né al pietismo, L’anno nuovo che non arrivasgomenta, indigna e conquista alla distanza con un finale indimenticabile sulle note del Bolero.
Il regista esordiente sa già saccheggiare l’archivio per periodizzare e sostanziare la drammaturgia, nobilitandola con una dimensione sonora quanto mai espressiva: le musiche, sia diegetiche che extradiegetiche, si fanno qui autentiche giunture narrative per mettere a profitto la classica “narrazione reticolare”: Muresanu calca sul paradosso etico e segue, senza annodare, i legami che affiorano casualmente tra i vari protagonisti, tutti tormentati e scissi, uniti solo dal terrore e dall’attesa sempre più spasmodica mentre su Bucarest spirano i venti di rivoluzione che arrivano da Timisoara: il giovane che medita la fuga in Jugoslavia ma ne è tormentato; l’anziana che non vuole rinunciare alle radici legate alla casa per l’incognita del nuovo appartamento; l’attrice di teatro, con tanto di poster di “La passione di Giovanna d’Arco” in casa, disposta a tumefarsi il volto e perdere la voce per sabotare lo show televisivo; il regista costretto a rinnegare in pubblico il figlio; l’operaio che detesta il dittatore ma deve partecipare alla manifestazione a suo sostegno.