Una lunga notte di colpi di scena, situazioni paradossali e ridicole per la sesta regia di Antonio Albanese.
giovedì 23 luglio
0re 21:30
in via Panetti 1 presso la casa nel parco
Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua ad immaginarsi grande musicista, ma partorisce solo creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestano, e due figli: Toni, che entra ed esce di prigione, dalla prima moglie, e la malmostosa Giulia dalla seconda. Beppe fa l’idraulico e abita con una mamma asfissiante, è innamorato della cugina poliziotta che non lo degna di uno sguardo e bersagliato dalle chiamate notturne di una cliente impaziente. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa, ma lei gli ha lasciato solo parrucche e trucchi, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole.
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Una notte, mentre trasportano Gigi in stato semicomatoso, Umberto, Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via ad una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione.
Lavoreremo da grandi è la sesta regia di Antonio Albanese, anche autore della sceneggiatura insieme al consueto sodale Piero Guerrera, già autore di vari film con e di Albanese, che qui si ritaglia il ruolo di Umberto.
Il film ha la sventura di arrivare dopo, come tempi di uscita, al meritato successo di Le città di pianura, storia sbullonata di due amici scioperati che, insieme ad un giovane malcapitato, attraversano il Nord Italia. Anche qui i protagonisti sono due amici scioperati (il terzo è incosciente per quasi tutto il film) e un giovane uomo nel Nord del Paese, e anche qui la cifra dovrebbe essere stralunata e lievemente surreale, ma il confronto pesa notevolmente dalla parte del film di Francesco Sossai, che dietro la comicità della narrazione lasciava spazio anche alla malinconia e all’amarezza di due vite allo sbando, facendo leva su un’attenta osservazione del reale.
In Lavoreremo da grandi invece la realtà sembra lasciare il posto ad una serie di domande sulla credibilità della storia e la sua tenuta drammaturgica: cosa aggiungono alla trama apparizioni improbabili come la escort Pink e il rapper Mario Mario (forse un’eco del mitico Pier Piero), vestito come un boomer può immaginare un rapper? Perché il film si intitola Lavoreremo da grandi quando Beppe fa l’idraulico? Ma soprattutto, perché il ruolo di Toni resta indefinito dall’inizio alla fine? E qual è il contributo narrativo di Gigi, che sembra il cadavere di Weekend con il morto, ma non dà luogo ad alcuna situazione comica?